INTERVISTA

Gianni Ricciuti: l’eleganza sta alla base di un’architettura senza tempo

Giovanni Ricciuti insieme a Davide Valle e Stefano Cerruti è il fondatore di Bottega Studio Architetti di Torino. Lo studio opera secondo una concezione di architettura aperta alla creatività, alla ricerca, al costante dialogo interdisciplinare con diverse forme di espressione.

In questo senso progetti come Regio Parco 27/29 e Tarino 14 invitano a riflettere sull’importanza delle relazioni personali e sulla necessità di stabilire un dialogo con ciò che è il nostro contesto dell’abitare.

Bottega Studio Architetti ha curato il nuovo progetto della cantina Amistà.

 Bottega Studio Architetti: uno studio che è anche una bottega. è corretto parlare di una sintesi tra spirito artigianale e innovazione?

«Assolutamente sì. Sin dall’inizio, oltre trent’anni fa, il nostro studio ha avvertito un’esigenza precisa: conoscere a fondo i materiali per esaltarne le caratteristiche intrinseche senza alterarle. Un esempio: se io utilizzo l’acciaio posso farlo arrugginire, galvanizzarlo, ossidarlo, ma difficilmente andrò a verniciarlo. Insomma, solo conoscendo a fondo ogni singolo materiale, lo si può trasformare e utilizzare al meglio: in questo c’è lo spirito della bottega del fabbro o del falegname che sanno come maneggiare bene la materia prima».

Ciò che definisce il nostro approccio è l’importanza delle forme semplici, dei dettagli all’avanguardia e della flessibilità degli spazi, uniti alla sincerità dei materiali che impieghiamo”: così Bottega Studio Architetti illustra la sua filosofia. In concreto come si declina?

«Intendiamo l’architettura come comunicazione. Il nostro obiettivo è stabilire una relazione tra la materia, la forma, lo spazio e le persone. In quest’ottica ogni progetto deve essere sì pensato e realizzato per rispondere alle esigenze del nostro committente, ma nello stesso tempo ci interessa garantire un equilibrio tra l’edificio e l’ambiente in cui in cui si trova».

 Chi e cosa ti ha influenzato nel tuo percorso professionale? E oggi cosa ti incuriosisce di più?

«Oggi quello che mi incuriosisce di più è come sta cambiando il concetto di abitare che investe il rapporto dell’architettura con le persone e i diversi contesti. Per quanto riguarda le mie influenze, personalmente sono molto legato al periodo storico in cui operò la cosiddetta Bauhaus di Dessau, degli anni Trenta del secolo scorso: penso ad a maestri Ludwig Mies van der Rohe che non facevano architettura fine a sé stessa, ma ne favorirono la contaminazione con altre arti».

 Il tuo studio ha progettato la nuova cantina di Amistà? Qual è stata l’idea portante e come si è sviluppata?

«È stato importante il confronto con Michele Marsiaj che ci ha consentito di conoscere il progetto Amistà, in particolare il suo impegno di valorizzazione del terroir. Ci siamo mossi lungo questa direzione stabilendo un senso di armonia tra l’edificio e il territorio: questo spiega ad esempio l’utilizzo del corten, uno degli elementi che si lega di più con la terra. Abbiamo, inoltre, puntato a realizzare una struttura in grado di lasciare un segno forte in questo scenario naturale: per questo si è lavorato a una trama traforata che a luci accese trasforma l’edificio in quello che ci piace chiamare la “lanterna di notte” tra queste colline del Monferrato».

Amistà si riconosce in “The Taste of Elegance”. Secondo te nell’architettura come si articola la ‘grammatica’ dell’eleganza?

«In tre punti chiave: architettura senza tempo, anima della materia, ricerca del contrasto tra luce e ombra, pieno e vuoto, liscio e ruvido. L’eleganza si esprime nella capacità di esaltare l’unicità del progetto attraverso la combinazione di questi tre aspetti fondamentali».

 

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